“D’I FIORI E DE LE FOGLIE NOVE” n. 19 a cura di Gian Domenico Mazzocato

   

"D'I FIORI  E  DE  LE  FOGLIE NOVE"                                                                        n. 19                   

 

                              a cura di

                        Gian Domenico Mazzocato

"D'I FIORI E DE LE FOGLIE NOVE" n.19 a cura di Gian Domenico Mazzocato

D’I FIORI E DE LE FOGLIE NOVE
N. 19

Ambiguità e reticenze: il dramma di Ugolino

Dante è oscuro e ambiguo quando vuole esserlo. E allora l’indagine interpretativa non riguarderà tanto “l’oggetto oscuro” in sé, quanto i motivi che hanno indotto Dante ad esprimersi così.
Le sue reticenze non sono mai casuali, il non detto è sempre mirato, orchestrato, eletto a strategia espressiva.

Oscurità di diverso livello e titolo. Cito un luogo per cantica. Il “Pape Satàn, pape Satàn aleppe!” di Inferno, VII; il cinquecento diece e cinque di Purgatorio, XXXIII; il “quattro cerchi giugne con tre croci” di Paradiso, I.

Dall’esorcismo, dalla profezia alla storia dell’astronomia.

E c’è chi riesce a scavare nelle pieghe del non detto con sensibilità acutissima.
Ricordate Ugolino che Dante coglie nell’attimo eterno del suo cannibalismo? Quanto si è discusso, a partire dall’atto antropofago di infiggere i denti in un cranio, se egli si sia cibato delle carni dei suoi figli. La tecnofagia.
Non lo ha fatto, naturalmente. Ugolino non ha ficcato i denti nelle carni di figli e nipoti.

Jorge Luis Borges (Jorge Luis Borges, Il falso problema di Ugolino, in Saggi danteschi, in Tutte le opere, a cura di D. Porzio, vol. 2, I Meridiani, Mondadori, Milano, 2000) si è inserito nelle microfessure del dubbio e così facendo ha colto tre cose insieme e in sintesi: l’anima di Ugolino, la sua realtà storica e la sua essenza poetica.
Dice il grande argentino: “Nel tempo reale, nella storia, ogni volta che un uomo si trova di fronte a varie alternative opta per una ed elimina o perde le altre; non è così nell’ambiguo tempo dell’arte, che somiglia a quello della speranza e dell’oblio. Amleto in quel tempo, è assennato ed è pazzo. Nella tenebra della sua Torre della Fame, Ugolino divora e non divora gli amati cadaveri, e questa ondulante imprecisione, questa incertezza, è la strana materia di cui è fatto. Così, con due possibili agonie, lo sognò Dante, e così lo sogneranno le future generazioni”.

È così. Dante allude a qualcosa di orribile perché vuole che l’immagine si affacci nella mente del lettore. È il suo straordinario modo di creare un clima di orrore in funzione del suo mondo morale.

Nell’immagine: Ugolino e l’arcivescovo Ruggieri nell’interpretazione di Gustave Doré.

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