“D’I FIORI E DE LE FOGLIE NOVE” n.4 a cura di Gian Domenico Mazzocato

   

"D'I FIORI  E  DE  LE  FOGLIE NOVE"                                    n.4                    

 

                              a cura di

             Gian Domenico Mazzocato

"D'I FIORI E DE LE FOGLIE NOVE" n.4 a cura di Gian Domenico Mazzocato

Guittone d'Arezzo
Guittone d’Arezzo, figlio di Viva di Michele (Santa Firmina di Arezzo, 1230/1235 - Firenze, 21 agosto 1294): Dante non lo ama e lo giudica poeta oscuro e mediocre già nel De vulgari eloquentia (II, IV).
Giudizio che sostanzialmente conferma in Purgatorio XXIV 56-62 dove, per voce del poeta Bona(g)giunta Orbicciani da Lucca, dice che il poeta aretino rimase “al di qua” della comprensione dell’autentico valore della poesia e del ruolo dell’amore in essa: "O frate, issa vegg'io", diss'elli, "il nodo / che 'l Notaro e Guittone e me ritenne / di qua dal dolce stil novo ch'i' odo! // Io veggio ben come le vostre penne / di retro al dittator sen vanno strette, / che de le nostre certo non avvenne; // e qual più a gradire oltre si mette, / non vede più da l'uno a l'altro stilo".
Noi non siamo severi quanto Dante con lui. Lo troviamo oscuro ma avvertiamo un forte impegno umano ed etico nei suoi versi. Spirito inquieto, accesamente di parte guelfa. Personalità forte, di grande cultura. Conosce lirica siciliana e la poesia trobadorica in lingua occitano-provenzale. Nel 1256, per dissapori politici, si autoinflisse una sorta di esilio volontario. Nel 1265, colto da una forte crisi spirituale, lasciò la moglie e i tre figli ed entrò nell'ordine religioso di recente creazione dei Cavalieri di Santa Maria detto anche dei Frati della Beata Gloriosa Vergine Maria (i cosiddetti frati Gaudenti).
Il canzoniere di Guittone conta 50 canzoni e 251 sonetti. Celebre è il planh (termine provenzale: un vero e proprio (sotto)genere, vale pianto, lamento) “Ahi lasso, or è stagion de doler tanto” scritta dopo la battaglia di Montaperti (1260) in cui i ghibellini toscani con l’aiuto delle truppe imperiali sconfissero i guelfi. Guittone giudica la vittoria ghibellina come definitiva rovina di Firenze, che ora sarà non più indipendente, ma asservita a Siena e agli “alamanni”. Con un perentorio giudizio morale: le lotte civili nei comuni italiani comportano la perdita della libertà.